Sul rum non tramonta mai il sole

Aria d’estate, aria di cocktail. Con il rum a giocare, stagione dopo stagione, il ruolo del principale protagonista. E non si tratta solo di una sensazione, basta infatti parlare con barmen e aziende per rendersi conto che questo mercato è florido

Il rum? Tutto bene, grazie. Questa potrebbe essere la risposta più diffusa dalle Alpi alla Sicilia, se interrogassimo a tappeto barmen e gestori di locali, in città come al mare e, visto che ci siamo, mettiamoci pure dentro le aziende che lo importano e lo distribuiscono. Grandi o piccole che siano.

Del rum, almeno in Italia, non se ne può fare proprio a meno e in un panorama complessivo dei distillati che lottano tra le maglie di normative sempre più strette, in termini di consumi alcolici, e conseguenze di appeal appannati, il rum continua a correre.

E a far sorridere chi ha delle referenze in portafoglio. Cioè tutti, perché visti i risultati solo un folle potrebbe pensare di lavorare nel settore degli spirits senza avere una etichetta di rum, o più, tra le mani.

Un mercato ricco di marchi ed etichette così, se il mercato rimane saldamente in mano ai big player, da Diageo con il suo venezuelano Pampero, a Pernod Ricard con il cubano Havana Club e BacardiMartini con il suo celebre marchio del pipistrello, le schiere sono particolarmente affollate di referenze più o meno note. Nomi comunque molto conosciuti come il leggendario Saint James, di proprietà Remy Cointreau o il Barbancourt, gestito nel nostro paese da Rinaldi Importatori, altri amati dagli intenditori come il La Mauny, rum agricole della Martinica, trattato da D&C, Matusalem, distribuito da Velier, e le selezioni di ultranicchia della Moon Import di Genova con referenze che spaziano dalla Jamaica al Nicaragua, dalle Barbados alla Guadalupe e a Trinidad.