Osservatorio turismo

Secondo Bain & Company è necessario potenziare le strutture alberghiere

Un valore di circa 160 miliardi di euro (pari al 12% circa del pil nazionale) e una crescita negli ultimi quindici anni a un tasso annuo intorno al 5 per cento.

Sono le coordinate dell’industria del turismo in Italia tracciate dall’ultimo Osservatorio condotto da Bain & Company, leader nella consulenza strategica e organizzativa, che pone in evidenza come il comparto goda sì di buona salute, soprattutto se paragonato ad altri settori industriali importanti, ma abbia conosciuto negli ultimi anni una crescita legata essenzialmente allo sviluppo globale del mercato e non in linea con le notevoli potenzialità del nostro paese. Che, invece, non sarebbero poche: basterebbe solo azionare le leve giuste, proprio come altrove è già stato fatto, con esiti più che soddisfacenti. Mentre, infatti, Grecia, Turchia, Portogallo e Spagna dal punto di vista della ricezione alberghiera negli ultimi tempi hanno messo a segno tassi di sviluppo considerevoli, indirizzando all’ospitalità corposi investimenti, il nostro paese ha perso terreno. Il risultato? A partire dalla seconda metà degli anni 90 l’Italia ha visto assottigliarsi le visite di turisti stranieri, mentre nello stesso periodo la Spagna ne ha più che raddoppiato le presenze, sottraendoci il titolo di leader europeo e distanziandoci di circa 7 punti percentuali in termini di quota di mercato.

Le debolezze dell’ospitalità Made In Italy

Ma quali sono, allora, le più evidenti aree di debolezza dell’ospitalità italiana, sulle quali è indispensabile intervenire con tempestività? Vincenzo Gringoli e Diego Petruccelli, partner di Bain, le hanno individuate, in particolare, nella rallentata velocità degli investimenti nel turismo, che in Italia negli ultimi 15 anni sono stati di gran lunga inferiori rispetto ai paesi competitor di riferimento; quindi nell’inadeguata capacità competitiva del sistema Italia e in un’offerta particolarmente debole, soprattutto in rapporto alle nuove esigenze dei clienti internazionali, lenta ad adeguarsi a una domanda sempre più segmentata e specializzata (che richiederebbe, per esempio, la presenza di più campi da golf, strutture sportive, centri benessere ecc.), e con infrastrutture sottoutilizzate. Inoltre, le stesse strutture imprenditoriali non sono all’altezza delle necessità d’innovazione del turismo italiano. In esse, infatti, è ancora molto bassa la percentuale di presenza di laureati e il sistema di formazione professionale mostra gravi carenze. Le imprese, poi, sono caratterizzate da strutture di dimensioni medio-piccole, poco propense a investire. Basti pensare che l’offerta alberghiera si articola in più di 33mila unità, concentrate nella fascia media. Quello del sottodimensionamento è un problema che riguarda anche catene alberghiere e tour operator. Se, infatti, nella classifica delle prime 50 catene alberghiere mondiali sono presenti ben nove gruppi spagnoli (Sol Melià, NHG, Riu, Barcelo, Iberostar, Occidental) e francesi (Accor, Louvre, e ClubMed), la principale catena italiana, Jolly Hotels, non s’incontra prima del 120esimo posto.