Ben Ryé, un sorso di Mediterraneo
Di Maurizio Maestrelli - Versione integrale dell'articolo su Bar Business 98 (11 2007)

Condizioni quasi ostili, produzione necessariamente limitata, fattore umano imprescindibile. Caratteristiche che potrebbero precludere una viticoltura redditizia ma che, invece, sono alla base del vino di donnafugata
A Pantelleria, il vento è di casa. Un vento tiepido, che porta il profumo del mare e che asciuga la pelle. A Pantelleria invece l’acqua è una chimera che si concretizza solo in termini di pioggia, a dir poco non frequente, e per questo custodita come risorsa preziosa nelle cisterne di cui tutte le case sono dotate. Da quando hanno costruito il desalinatore le cose vanno un po’ meglio. Ma non sempre funziona. A Pantelleria ci si arriva in aereo, raramente in nave, ma quando il tempo è davvero brutto non ci si arriva per niente. La costa è spesso frastagliata, alta, con poche baie e punti dove il bagnante può raggiungere il mare, ma quando ci riesce è premiato da acque cristalline, tiepide anche sul finire di settembre. Sulla terra la natura fa crescere allo stato brado i capperi, i fichi d’India e i conigli, che qui non si allevano, ma si cacciano. Esiste da tempo immemorabile anche la vite, che tuttavia fa una fatica dannata a sopravvivere. Le piante sono ad alberello, infossate in trincee o buche scavate per difenderle dal vento, la notte porta un po’ di acqua sotto forma di condensa che evapora con i primi raggi del sole. La pianta deve sbrigarsi se vuole continuare il suo ciclo vitale. Una fatica dunque, ma una fatica che è premiata con un vino ormai rinomato in tutto il mondo, il Passito di Pantelleria. Ambrato, denso, profumatissimo, morbido e persistente al palato.
