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Centri commerciali, l’italia alla prova della crisi
Di Andrea Penazzi - Versione integrale dell'articolo su Business 11 (11 2008)

Il futuro del settore. Nonostante le prospettive di recessione economica, il nostro Paese rimane uno dei mercati più attraenti dell’Europa occidentale per i player internazionali. Merito soprattutto della scarsa densità di strutture nelle città di medie dimensioni
La consapevolezza di un futuro a breve termine dominato dall’incertezza economica costituisce, paradossalmente, l’unico punto di riferimento dal quale partono tutti gli attori del settore immobiliare per affrontare i prossimi 12-18 mesi. La crisi finanziaria accomuna infatti i diversi mercati nazionali, che però reagiscono in maniera differente e ad accusare il contraccolpo più forte sono proprio le piazze più dinamiche. Come quella spagnola, dove la grande facilità per i developer nell’ottenere le licenze ha portato a un’eccessiva proliferazione di progetti che ora fanno fatica a trovare degli acquirenti. Al contrario il nostro Paese sembra essere uno tra i pochi nell’Ue in cui sia ancora possibile realizzare dei centri commerciali.
“Il mercato italiano, pur tra le tante difficoltà che contraddistinguono questo periodo, è comunque il secondo in Europa per numero di aperture previste per il 2008 e 2009 - spiega Simone Burasanis, responsabile retail agency di Jones Lang Lasalle -. Vi sono progetti per circa 2,9 milioni di mq di nuova gla entro la fine del prossimo anno”. A determinare questa condizione “privilegiata” sono due elementi principali: la stabilità del comparto e la bassa concentrazione di superficie di vendita per abitante, inferiore a quella che si registra negli Stati occidentali dell’Unione. Tuttavia quest’ultimo fattore è anche il risultato di impedimenti interni, di matrice politico-burocratica, che hanno rallentato negli anni l’arrivo di nuovi investitori. La mancanza di certezze sui tempi necessari per avere le autorizzazioni e portare a termine le strutture, nonché la scarsa trasparenza dell’apparato normativo, stratificato a livello nazionale, regionale, comunale e soggetto a diverse interpretazioni, costituiscono le maggiori difficoltà da affrontare per i developer internazionali, che per entrare in Italia necessitano di un management dedicato e di una lunga e costosa schiera di consulenti.
