Perché la delocalizzazione della produzione scomparirà
Di Marco Rosi, presidente di Parmacotto - Versione integrale dell'articolo su Food 11 (11 2007)

Gli industriali ricominciano a pensare al made in Italy come a un brand vero e proprio, in grado di evocare valori culturali e uno stile di vita apprezzati ovunque nel mondo
Ormai da un decennio si parla di delocalizzazione della produzione. Sempre più aziende in questi ultimi anni, e non necessariamente solo le più grandi, hanno deciso di installare fasi della produzione in Paesi emergenti o a basso costo di manodopera. Il comparto alimentare, invece - a parte qualche rara eccezione -, non è stato toccato dal fenomeno, se non in cui esso si sia reso necessario per il reperimento di materie prime a un prezzo più favorevole, oppure per essere più vicini al mercato di riferimento. Con il passare del tempo sempre più imprenditori italiani stanno comprendendo che la delocalizzazione non è la panacea di tutti i loro mali. Anzi, questa ha causato loro non pochi problemi: dal progressivo impoverimento dell’indotto locale, alla perdita continua di conoscenze e di personale qualificato, oltre al pericolo di trasferire il know how produttivo. Il rischio maggiore - soprattutto in ambito alimentare -, è la perdita d’identità e qualità di un prodotto che ha proprio nel made in Italy una delle sue caratteristiche più vincenti.
