È ancora pet-boom
Di Marta Bommezzadri - Versione integrale dell'articolo su Food 1 (01 2008)

L’affezione per cani gatti & co. coinvolge circa la metà delle famiglie italiane sempre più orientate all’acquisto di prodotti volti a migliorare il benessere dell’animale
“Pets are people”. In altre parole, gli animali vanno trattati come persone. E non stiamo parlando di una filosofia di vita di francescana memoria, ma di un più profano approccio al mondo del petfood business, che per molti si è rivelato quanto mai redditizio. Prima su tutti Procter & Gamble. Nel 1999, la global corporation di Cincinnati (Ohio) intuì per tempo la portata del fenomeno di “umanizzazione” degli animali domestici da parte dei pet owner statunitensi, investendo la cifra record di 2,3 miliardi di dollari per acquisire il controllo dei marchi Iams ed Eukanuba e di trasferirli dai negozi specializzati e dagli studi dei veterinari agli scaffali di 25mila punti di vendita della grande distribuzione alimentare. Con effetti clamorosi sul conto economico: i ricavi passarono dagli 800 milioni di dollari del 1999 ai 2 miliardi nel 2005. Dopo quasi 10 anni, sempre nel mercato yankee, considerato ormai maturo sul fronte dei consumi, i segmenti più trendy sono oggi quello degli accessori e dell’abbigliamento moda, al punto che si prevede l’ingresso nel mercato di megabrand, quali Nike o Gillette. O come dimostra il successo a New York di David Lang e della sua impresa di pet-chauffeur (evoluzione del meno blasonato dog-sitter) raccontata al settimanale inglese Economist qualche mese fa.
