Parla Gigi Piumatti, responsabile settore vino di Slow Food
Di Mariateresa Manuelli - Versione integrale dell'articolo su Food 5 (05 2008)

Per mantenere alta l’immagine dei vini italiani, non si possono cambiare le regole ed eliminare le specificità delle nostre produzioni a favore del gusto ”globale“
Come vede la querelle del brunello?
L’uso del vitigno “migliorativo” è giustificato dai produttori proprio per venire incontro ai gusti dei consumatori internazionali...
Bisogna vedere quali interessi sottostanno realmente a queste operazioni. Ci sono tanti produttori, anche di grandi dimensioni, che vendono molto bene all’estero, pur mantenendo al 100% la loro produzione originale. Per cui la motivazione addotta dalle aziende indagate è poco sostenibile. Se un vino deve rappresentare il territorio di Montalcino, dev’essere fatto esclusivamente con il sangiovese. Se invece la priorità è fare un vino che si venda bene all’estero, ben vengano i mix con altri vitigni, ma dandogli un nome diverso da brunello. Per esempio, ci sono Doc di ricaduta, quali l’Igt Toscana o il Sant’Antimo, che è una nuova denominazione, per le quali si possono utilizzare i vitigni internazionali, i cosiddetti “migliorativi”.
Voi siete quindi contrari a una riforma del disciplinare?
Certo. Sarebbe meglio, invece, modificare il disciplinare in base alle quantità di uva per ettaro e fare uno studio per capire se il sangiovese da solo possa dare vini o no di grande qualità. Ovvio che lo può fare. Bisogna solo iniziare a produrne meno e a curare la qualità già in vigna. E magari sopperire alle richieste dei consumatori stranieri solo con le tecniche di produzione, come rendere il vino pių dolce per il mercato statunitense.
