Si fa presto a dire Parma

Ancora pochi i marchi riconosciuti dai consumatori fuori dall’effetto ombrello delle Dop. E arrivano segnali d’incertezza da un mercato saturo

Al banco taglio di un ipermercato, la signora č troppo generica: chiede “semplicemente” due etti di prosciutto crudo. Ragion per cui viene del tutto ignorata dal banconista salumiere, che la salta e fa procedere il numeratore dell’eliminacode. Lo spot del Consorzio del prosciutto di Parma attualmente on air centra il bersaglio, perché evoca lo spettro che si aggira tra gli operatori del mercato dei prosciutti crudi: la banalizzazione del re dei salumi italiani. L’esercizio di promuovere e rafforzare l’immagine dei prodotti tutelati si fa più stringente. Ma c’è un rovescio della medaglia: l’eccesso di enfasi accordata alle Dop - e quindi al marchio ombrello dei vari consorzi - rischia di mettere a repentaglio la riconoscibilità dei brand dei produttori.

C’è, in effetti, ancora parecchio da fare per dare più forte visibilità e autorevolezza ai marchi aziendali, agli occhi di consumatori sempre più impoveriti del potere d’acquisto e beffeggiati da quegli operatori che si sono fatti prendere la mano, accogliendo negli stabilimenti cosce di qualità modesta e immettendo in circolazione crudi stagionati in modo approssimativo. I segnali che giungono dal mercato sono da leggere con attenzione: anche se nell’anno terminante a gennaio 2008 le rilevazioni di Gfk Panel Services danno il sell out complessivo del prosciutto crudo in crescita del +4,1% a valore (a fronte di un +2,3 a volume), per un totale di oltre 1,295 miliardi di euro - e di cui il totale di Parma e San Daniele rappresenta il 45,3% -, è meglio attenuare facili entusiasmi.